Il casco che salva i capelli dalla chemio è un successo: molti pazienti hanno evitato l’uso della parrucca


Arrivano nuovi riscontri in merito alla possibilità di preservare i capelli delle donne con cancro al seno sottoposte a chemioterapia. L’opportunità giunge dall’utilizzo di un «casco» refrigerante, il cui utilizzo s’è diffuso anche in nove centri italiani negli ultimi anni. Due nuove ricerche, entrambe pubblicate sul Journal of the American Medical Association, confermavano negli anni scorsi la buona risposta da parte delle pazienti, con una perdita dei capelli in alcuni casi dimezzata rispetto a quella registrata nelle pazienti sottoposte alla chemioterapia, senza l’utilizzo del «casco».

L’ok era giunto, per la precisione, l’8 dicembre di due anni fa e uno dei due studi riporta proprio i risultati che hanno portato alla validazione da parte della Fda. Le ricerche, che hanno goduto anche del finanziamento da parte delle aziende produttrici (Paxman Scalp Cooling e Dignitana), avevano il medesimo obiettivo: confrontare la perdita di capelli registrata nelle pazienti sottoposte alla chemioterapia per la cura del cancro con e senza il «casco». Continua dopo la foto







Nonostante alcune differenze nella terapia somministrata, nei tempi di trattamento con il dispositivo e nello strumento di valutazione dell’alopecia, i risultati sono risultati pressoché analoghi. Il «casco» s’è confermato un valido antidoto alla perdita dei capelli. All’Ospedale Umberto I di Lugo di Romagna (Ravenna), dove il Paxman Scalp Cooling system è arrivato nel gennaio dello scorso anno grazie a una donazione di di 35mila Euro dell’Istituto Oncologico Romagnolo – IOR. Continua dopo la foto




Una soluzione che ha permesso al 56 percento delle pazienti in cura per un cancro al seno di preservare la propria chioma e dunque di evitare la parrucca. Ma come funziona il casco?In parole semplici, il casco raffredda il cuoio capelluto a circa 4° centigradi, facendo restringere i vasi e impedendo che i farmaci chemioterapici raggiungano le cellule dei bulbi piliferi e determino la caduta dei capelli. Continua dopo la foto


 


Medicinali come come gli alchilanti, i tossani e le antracicline (tra i più comuni chemioterapici) colpiscono infatti le cellule che si replicano velocemente, come quelle ‘impazzite’ del cancro, ma non fanno distinzioni con quelle sane dei capelli, che sono tra le più veloci del nostro organismo. Il primo ospedale a credere nelle potenzialità del dispositivo è stato quello di Carpi, dove è in sperimentazione dal 2013; da allora è stato acquistato da altri nosocomi italiani e continua a dimostrare la sua ampia efficacia.

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